Fotografare ciò che mi passava per la testa, subito, è quello che ho sempre cercato di fare; l’idea è un attimo, un attimo di forza intensa che se non viene colto al momento giusto si dissolve.

Ho cercato di esprimermi usando molto spesso il mio corpo, chi meglio di lui poteva rappresentare quello che avevo dentro? Forse un tentativo di autoanalisi, il mio, o semplicemente un modo per svuotarmi, nel bene e nel male.

La realtà è che chiacchiero troppo di me, e lo faccio anche quando, invece, vorrei raccontare degli “altri”, di quei mondi che ogni tanto guardo incuriosita dalla mia finestra, mondi che mi sfiorano e mi attraversano furtivi, pullulanti di tensione, carichi di colori, ricchi di suoni e sfumature. 

Non sono che una specie di parassita silenziosa, invece, almeno spesso è così che mi sento: entro in quelle vite solo per qualche secondo, ne rubo un pezzetto e lo metabolizzo nella mia.

Sono loro le mie “matrici”, io non faccio che distorcere ciò che distorto (all’apparenza) non è.

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